O.P.S.

Officina Per la Scena

...l'intreccio grottesco e magico del reale con la favola, vero e falso, bugia e verità, dramma e sogno in una danza in cui gli estremi si confondono e le proporzioni si rovesciano


O.P.S.
Officina Per la Scena

nasce nel 2000 e si costituisce associazione nel 2002.

Realtà professionale e gruppo di ricerca, sviluppa una comunicazione diretta e semplice con lo spettatore sulla base di un profondo studio della drammaturgia classica e non, di cui propone, sviscerandone i temi, un' interpretazione di estrema attualità e modernità.

DOM JUAN Don Giovanni
di Molière

Nello spazio all'aperto delle Fonderie Teatrali è andato in scena un allestimento del testo di Molière decisamente sotto il segno della farsa e della commedia dell'Arte, con ampio uso di canzoni (accompagnate dal vivo alla chitarra dallo stesso Sganarello), siparietti comici e mimici: il tutto su un palcoscenico dominato al centro da un tendone verde, una sorta di sipario (mobile, su ruote) che copriva parte della scena e nascondeva la parte posteriore dove i quattro attori si intravedevano alle prese con i cambi e i preparativi per la scena successiva. L'azione dunque si sviluppava spesso nella parte anteriore del palco, dietro, accanto, sopra e sbucando fuori dal sipario verde, quasi a dare l'immagine di un teatrino di burattini.

Mentre Don Juan e Sganarello sono stati interpretati dai due attori, Luca Busnengo e Michele Guaraldo, le due attrici si sono alternate in moltissime parti: le serve, le donne invaghite di Don Giovanni, i parenti di Elvira che architetteranno la vendetta riparatrice ai danni dell'avventuriero, parti sia maschili che femminili.

Forse conviene iniziare dal personaggio di Don Giovanni, perché Sganarello, fedele servitore ma consapevole dell'intima malvagità delle azioni del padrone, manteneva forse tratti più consueti al personaggio (nel primo allestimento storico fu lo stesso Molière a recitare il servitore). Il Don Giovanni presentato da O.P.S., invece, era decisamente più insolito: vestito con abiti sgargianti, con un rutilante costume in cui prevaleva il rosso fuoco, pantaloni a sbuffo, mantello, ampia fascia rossa alla vita, tutto un lustrino, e una splendida maschera con dettagli dorati. Nel numero iniziale della canzone, con cui tutta la compagnia ha accolto il pubblico, Don Giovanni dava già prova di sé come ballerino ancheggiante e sensuale. Enfatizzando questa caratterizzazione seducente e narcisistica, Don Giovanni risultava innanzi tutto innamorato della musica, del ballo, del corpo: con un piccolo sforzo di modernizzazione, sarebbe potuto passare per un latin lover da balera, o un canagliesco istruttore di danza latino-americana (del resto accenna passi di flamenco!). Si vede che è un viveur, che ama travestirsi e giocare con la propria maschera, ma senza apparentemente rivelare quella malvagità attribuitagli dagli altri. Di sicuro questa caratterizzazione contribuisce a mantenere il tono lieve, anche se dall'inizio sappiamo della sua uccisione del Commendatore.

Sganarello è invece il servo condannato a servire ma in fondo depositario della morale, commentatore esterno, anche se complice del padrone. Tuttavia a me non è apparso così simpatico, di fronte a un padrone che al massimo immaginavamo capace di peccati da discoteca... La voce di Don Giovanni si faceva spesso lasciva, quasi femminea (stavo per dire da “checca”), trascinato dalla propria sensualità. Del resto la scelta di una certa enfasi vocale era propria di quasi tutti i personaggi, e sgradevolmente isterica e pesante quella della serva. Nota tecnica: tutte le voci erano microfonate.

La chiave principale data da O.P.S. è quella del ritmo scavezzacollo, in cui le continue avventure della coppia protagonista chiamano continuamente a nuovi travestimenti anche le due attrici. Ad esempio, il contadino che ha appena salvato da una tempesta a mare i due naufraghi e che descrive l'apparizione dell'aristocratico come quella di un mostro marino, mentre in piedi sulla sedia (a destra) i nostri due eroi si rifocillano. Il ritmo serrato ha i suoi pregi e i suoi difetti: da una parte era difficile non essere ammirati della grande prova d'insieme della compagnia che non ha praticamente mostrato nessuna sfasatura (e il lavoro deve essere stato gigantesco per un allestimento abbastanza lungo, condotto in due tempi). In molte scene i movimenti e l'intersecarsi dei personaggi erano continui, baruffe, salti, corse, incontri e scontri, zigzagando in ogni direzione. I difetti emergevano quando la frenesia non lasciava il tempo di respirare e l'effetto era più quello di confusione che altro. Il tutto era accentuato dalla vocalità energica di tutti, in un tentativo di avvicinare Molière il più possibile al registro della cultura popolare: si veda l'uso di accenti regionali, dall'abruzzese al calabrese, oltre allo spagnolo che caratterizzava la lingua delle canzoni di Sganarello e Dom Juan (nell'originale la trama è ambientata in Sicilia).

I complessi movimenti scenici, tuttavia, erano spesso molto efficaci, ad esempio nella scena del corteggiamento fra Don Giovanni e Carlotta, un carosello di avvicinamenti e distanze tutt'intorno al siparietto mobile centrale; contemporaneamente Sganarello mimava con le labbra le parole del padrone, che recitava da attore consumato le promesse d'amore che con ripetizione seriale proponeva a una donna dietro l'altra senza alcuna remora apparente. In questi momenti Don Giovanni, attraverso il gioco dell'amore, consapevolmente fittizio e artificioso, incarna l'essenza stessa della maschera, e del teatro stesso. Sganarello e Don Giovanni se la cantano e se la ballano, complici in questo gioco duettante.

Anche dal punto di vista scenico tale e tanto era il materiale ludico offerto al pubblico che si rischiava l'indigestione. Come non ricordare però la scena in cui le due promesse spose (anch'esse, come tutti, mascherate in modo suggestivo) si affacciano ai due angoli superiori del sipario, mentre il loro volto è solamente illuminato da lumi di candela e i due uomini le prendono per il naso?

Credendo soltanto nella maschera, Don Giovanni continua a travestirsi, questa volta da medico: un medico, beninteso, che non crede nemmeno nella medicina. Mentre Sganarello cede alla tentazione della saccenteria, Don Giovanni è in fondo un miscredente globale e sincero: gioca a tutti i giochi senza credere nella verità di nessuno di questi. Il suo agnosticismo edonistico sembra talmente naturale in lui, mai squarciato da un velo di dubbio, che fatichiamo a percepire un barlume tragico nel suo personaggio.

Il colorito acceso e sgargiante dell'aristocratico amatore (che in realtà spiamo più a eludere le donne una volta incastrate che in saggi della sua arte amatoria) è di volta in volta alle prese con svariati personaggi popolareschi, contadini, mendicanti, anch'essi con costumi vivaci, creativamente rattoppati: i costumi sono tutti molto inventivi e la ricerca visiva è notevole. Così, una creditrice che verso la fine del primo atto si presenta a reclamare a casa di Don Giovanni è vestita quasi da fool elisabettiano, con tanto di hula hoop decorato. La successiva mendicante incontrata sarà invece la prima messaggera di un destino che inizierà a rivolgersi contro l'eroe.

Nella scena successiva, infatti, il francese strappato dai due ai pirati con un atto di coraggio si rivela essere un parente di Elvira, proprio la donna che Don Giovanni aveva sedotto e tolto al convento. Ma, lungi dal cogliere i segnali di pericolo, Don Giovanni allegramente corteggia il rischio e, facendo il doppio gioco, promette il nobile francese di aiutarlo nella sua vendetta (contro se stesso!). Il secondo fratello di Elvira (con accento tedesco, per aumentare la babele delle cadenze) entrerà in scena subito dopo, a formare una coppia di vendicatori, di cui il primo, comprensibilmente dato che in fondo è stato salvato da Don Giovanni, è più incline al perdono o se non altro a rimandare la giusta vendetta.

Per dare un'idea di come gli spunti drammatici (dati dall'incombente vendetta, o dalla visita dei due protagonisti alla Statua del Commendatore) siano dominati dalla verve comica della compagnia, basti dire che il viaggio in carrozza è rappresentato dai due attori che sussultano su una sedia, in piedi sul tavolo, con delle nacchere che battono il tempo del galoppo! Mentre magicamente la Statua del Commendatore sembra rianimarsi comparendo sopra il sipario centrale, Juan si blocca in silenzio, e Sganarello ne approfitta per fare la sua prima importante esternazione sul carattere perfido del padrone, iniziando quindi a prendere le distanze. In realtà, è proprio lui a sembrare il più ambiguo dei due, tant'è che un istante dopo è pronto a cantare una canzone in duetto con il padrone. Il doppio ruolo di servo e menestrello, complice e moralizzatore, lo rende, perlomeno a me, non molto affidabile. Ma è' lui che tiene il contatto con il pubblico ed è lui che seduto sopra il tavolo, chitarra in mano, annuncia un intervallo di 5 minuti.

Rispetto al testo di Molière, assai fedelmente seguito negli svolgimenti importanti, invece del padre, qui è la madre a cercare bruscamente di riportare sulla retta via il figlio. All'inizio della seconda parte (introdotta nuovamente dalla chitarra di Sganarello), la domestica annuncia l'arrivo della madre, che in realtà è un donnone vestito di colori bruno e oro con un cuore dorato sul petto e una maschera altrettanto dorata. Sfoga la sua rabbia per il comportamento del figlio, ma la sua furia smodata e isterica a dire il vero risulta insopportabile. Ora le visite si susseguono: mentre la prima parte era un accumularsi di incontri e avventure di cui erano attori Don Giovanni e il servo, ora sembra che lo schema si sia rovesciato: sono loro a essere seguiti, perseguiti o visitati. Tuttavia la struttura è analoga e si presta alla successione senza soluzione di continuità di nuove scene e nuovi incontri. Sarà così la volta della Dama velata (in rosso) che reca la notizia del pentimento di Elvira che ha di nuovo abbracciato la castità: vuole salvare Don Giovanni dalla dissolutezza e parlando come una barese stereotipata recita: “Salvetevi, salvetevi!”. Tutti gli avvertimenti, però, sono inutili, e si arriva alla scena che dovrebbe essere quella drammatica: l'arrivo a cena del Commendatore o del suo fantasma, il cui evento soprannaturale dovrebbe segnare la punizione del peccatore. C'è però tempo per un'ultima simulazione, quella più blasfema: il libertino si pente e si converte dinanzi alla madre, anche se subito prima aveva scherzato e ballato comicamente. La sua conversione è anch'essa una finzione, naturalmente, ma quasi convince anche lo spettatore.

Dopo una canzone di Sganarello, Don Giovanni confessa al pubblico, per la prima volta senza maschera, la necessità di una falsa virtuosità. Nel finale infatti i giochi, le finzioni e le simulazioni si muteranno gradualmente in riflessioni morali o dichiarazioni programmatiche. Non soltanto Don Juan si toglie la maschera di fronte al pubblico, quasi a voler sottolineare la nuda verità che ora osa rivelare, ma letteralmente fa uno strip tease, si mette a torso nudo, si toglie i vestiti di scena e rimane in boxer (ovviamente rossi anche quelli). Poi esce dietro il sipario e si toglie anche quelli! Da dietro la tenda che è anche quella del teatro recita la morale del mondo, che in fondo richiede la falsità e l'ipocrisia, pur condannandola a parole. A quanto pare vi è una profondità dietro la leggerezza festaiola che abbiamo visto sinora, ma questo letterale denudamento e posa moraleggiante risulta un po' pesante. Si è dunque soltanto adeguato ai vizi del secolo? Don Giovanni è dunque come tutti gli altri, solo che non se ne vergogna e non finge di non essere “falso”...

Ma i rovesciamenti non sono finiti. Quando il fratello francese compare e pare disposto a dare finalmente in sposa la sorella Elvira a Don Juan, è Sganarello che lo accoglie, travestito come il suo padrone! Ma i due riprendono i vestiti giusti, appena in tempo per aver reso invalida la proposta di matrimonio (fatta alla persona sbagliata).

La morte di Don Juan avvelenato dal bacio del Commendatore avviene come un anti-climax (ma anche in Molière è risolta con una brevissima scena). Del Commendatore ce n'eravamo quasi dimenticati e l'intermezzo rivelatore del Don Giovanni senza maschera ha tolto un po' il senso di una punizione tragica ma giusta. La morte di Don Giovanni, forse in realtà capro espiatorio, ha soddisfatto tutti, soltanto Sganarello è rimasto senza il suo salario, che ora chiederà al pubblico in forma di applauso.

I quattro attori si presentano tutti insieme con la canzone finale e presentano quelle che sono state il vero quinto e non meno importante personaggio: le maschere, svelate ora al pubblico, tutte appese a dar mostra di sé su un appendiabiti.

Il grande merito di questo allestimento è quello di riportare il Don Giovanni di Molière allo spirito esuberante, caotico e sopra le righe della commedia popolaresca, sacrificando le sovrastrutture teoriche che il personaggio di Don Giovanni ha suscitato, nelle sue varie versioni musicali, letterarie e filosofiche, negli ultimi tre secoli. La fisicità, la preparazione e coordinazione dei movimenti in scena sono apparsi evidenti. Forse questa cavalcata a rotta di collo pecca di sovrabbondanza di stimoli, di qualche enfasi di troppo nella recitazione di alcuni, certamente non di generosità. Ma per parte mia sono uscito da questo spettacolo con l'impressione che la parte moralistica non mi abbia persuaso completamente; era quasi fuori posto in questo Don Juan, che ha in fondo abbracciato il vitalismo un po' sbruffone e debordante e non ha trovato altrettanto spazio per l'aspetto più oscuro e drammatico della fine del libertino.

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