...l'intreccio grottesco e magico del reale con la favola, vero e falso, bugia e verità, dramma e sogno in una danza in cui gli estremi si confondono e le proporzioni si rovesciano
O.P.S.
Officina
Per la Scena
nasce nel 2000 e si costituisce associazione nel 2002.
Realtà professionale e gruppo di ricerca, sviluppa una comunicazione diretta e semplice con lo spettatore sulla base di un profondo studio della drammaturgia classica e non, di cui propone, sviscerandone i temi, un' interpretazione di estrema attualità e modernità.
Lo spazio scenico può essere anche uno spazio non teatrale di min m. 6x4,
oscurabile, con un impianto elettrico (anche con allacciamenti non a normativa
CEE) che supporti un carico non inferiore a 300 W, e la disponibilità di
un impianto audio con lettore CD. Non è necessaria la presenza di graticcia.
NOTE DI REGIA
Nell’allestire il Dom Juan di Molière la prima domanda che mi sono posto in qualità di semplice lettore prima, e di regista poi, è quanto un testo (grandissimo per altro) così apparentemente verboso, potesse avere presa sul pubblico. Naturalmente sapevo di avere di fronte a me uno dei massimi autori della drammaturgia universale, ma l’atipicità del Dom Juan, un’atipicità da relazionarsi alla conoscenza giocosa che il pubblico ha del grande francese, mi imponeva una riflessione che andasse oltre la letteratura, oltre l’incombente presenza di uno spirito geniale. In realtà Molière, nel groviglio di parole e concetti che i suoi personaggi esprimono, ci confonde le idee spostando la nostra attenzione dall’azione all’intenzione. Un salto da molti definito qualitativo, ma che nel drammaturgo appariva piuttosto se non un’evoluzione artistica, quantomeno una rivalutazione di se stesso in senso stilistico, già presente in Misantropo e Tartufo. Per quanto mi sia sforzato di strutturare una regia a “tavolino” che avesse come veicolo preponderante la parola, nell’azione e nella ricostruzione scenica ho dovuto riposizionare in un nuovo ordine estetico la partitura molieriana. Parlo di partitura con cognizione di causa, poiché la dinamicità del testo la si riconosce soltanto nel muoverlo, nel farlo vivere. È stato un turbinare di idee continue e continuo e irrefrenabile, quasi al parossismo. E’ stato l’interagire mio con gli attori che con formidabile bravura, si sono trovati a giocare con me su di un terreno che sempre più, nello stile e nella ricerca circolare, assumeva i colori e l’enfasi di una giostra medioevale. Avevamo ritrovato il Molière di Scapino, de L’Avaro, del Borghese gentiluomo,e in Dom Juan il “Burlador di Siviglia”. Non si lasciano eredità spezzate, ed inconsistenti, non è cosa che appartiene ai grandi. Il genio è inscindibile dalla genialità, quindi con cauta deferenza ho posto sul terreno le inconsistenti armi della teoria, per ricevere a cuore aperto i suggerimenti del vero regista del Dom Juan: Molière.
Enrico Fasella
Un piccolo siparietto di stoffe, tre ribaltine accese e gli attori della commedia in attesa di cominciare...
e quando il pubblico si è assiepato in ascolto, ecco che inizia la magia del teatro.
Un rincorrersi di colori, suoni e canzoni evocano dalle regioni del mito quel Dom Juan, maschera inquietante quanto sbarazzina, irriverente con tutti, sempre costantemente alla ricerca edonistica del piacere fine a se stesso. Gli fa da compagno di scorribande quello Sganarello, figlio di uno zanni e di una cortigiana, coscienza morale del padrone, che fa dell'ipocrisia la virtù più alta.
Come nella Commedia dell'Arte una miriade di altre maschere spuntano fuori dalle tende del teatrino semovente, a tentare di redimere a suon di botte e lazzi il burlador de Sevilla.
Candele e candelabri illuminano uno spazio povero ma sgargiante.
Le canzoni dagli attori dettano il ritmo alle scene, lasciando quel gusto sanguigno e carnevalesco, rendendo il mito del Dongiovanni una vero e proprio scherzo.
O.P.S.